Se oggi dovessi dare un consiglio a un manager, gli direi questo

Negli ultimi anni mi è capitato di stare da entrambe le parti del tavolo. Ecco che cosa ho scoperto.

Negli ultimi anni mi è capitato di stare da entrambe le parti del tavolo. Ed è proprio questo che mi ha fatto capire una cosa.

Per chi non lo sapesse, da una parte faccio l’imprenditrice. La mia azienda è mia. Le decisioni finali sono mie. Se qualcosa va bene o va male, la responsabilità è mia.

Dall’altra entro nelle aziende degli altri come Direttore Commerciale. In quel caso non sono io l’imprenditrice. Sono il manager. Lo stesso vale anche per una delle aziende del nostro gruppo, la più grande, dove ricopro il ruolo di Direttore Marketing e Vendite e faccio parte del Consiglio di Amministrazione.

E proprio vivendo entrambe queste posizioni ho capito una cosa sulla fiducia del manager, quella vera.

Se oggi dovessi dare un consiglio a un manager, non gli direi di studiare di più.

Non gli direi di imparare a leggere un bilancio.

Non gli direi nemmeno di diventare un leader migliore.

Gli direi una cosa molto più semplice.

Impara ad avere fiducia.

Perché tutti diciamo che l’unico modo per trovare la strada giusta è scartare quelle sbagliate. Sembra una frase fatta. Poi però, quando quella strada sbagliata la stiamo percorrendo noi, improvvisamente ce ne dimentichiamo.

Iniziamo a dubitare.

Del progetto. Dell’azienda. Dell’imprenditore.

E a volte perfino di noi stessi, anche se molto meno di quanto dubitiamo di tutto il resto.

Pensiamo che l’imprenditore abbia promesso qualcosa che non esiste. Che abbia visto un’opportunità dove non c’era niente. Che siamo stati ingenui a credergli. “Ecco dove mi ha portato fidarmi.”

Ma c’è una cosa che, secondo me, moltissimi manager non comprendono fino in fondo.

Il lavoro dell’imprenditore

Immagina di avere davanti un muro di sabbia.

Non una strada. Non una cartina. Non un navigatore.

Solo un muro di sabbia.

E immagina di decidere di scavare ogni singolo giorno. Investendo tempo. Denaro. Persone. Energia. Con una sola convinzione: che da qualche parte, dietro quel muro, ci sia l’acqua.

Adesso arriva la parte più difficile. Mentre scavi, devi convincere anche gli altri a scavare con te. Quando l’acqua non l’ha ancora vista nessuno.

Mentre qualcuno ti dice che sei pazzo. Qualcun altro apre una buca dieci metri più in là convinto di aver capito tutto e ti vuole dare una lezione di vita. Qualcun altro ancora ti dice che stai buttando via soldi, tempo e persone.

Mentre lo stato ti chiede dei soldi prima ancora di essere riuscito nell’impresa perché “lei sta cercando l’acqua e noi ne vogliamo un pezzo subito…” “ma signori, non l’ho ancora trovata..” “non fa niente, lei è convinto che la troverà giusto? quindi ci deve pagare prima..”

Le tasse. Gli stipendi. Le responsabilità. Le notti insonni.

Le persone che dipendono da te. Le famiglie che ogni mese aspettano il loro stipendio.

Eppure tu continui a scavare.

Potrei continuare all’infinito. E la verità è che l’imprenditore, la figura dell’imprenditore, è la figura meno compresa del pianeta. Perché non agisce mai per logiche normali, scontate, lineari. Ma agisce per logiche contro intuitive, contorte, visionarie che spesso sono spostate in un arco temporale diverso da quello che immaginano le persone normali.

Ragiona per visioni. Per intuizioni. Per connessioni che ancora non esistono. Per pattern che gli altri vedranno magari cinque anni dopo.

Per questo credo che l’imprenditore sia una delle figure più difficili da comprendere. Perché vive costantemente qualche anno nel futuro.

Non perché sia più intelligente degli altri. Ma perché è costretto a farlo. Se guardasse solo il presente, non cambierebbe mai nulla.

Nel presente c’è l’azienda che esiste oggi.

Nella sua testa c’è già quella che esisterà tra tre, cinque o dieci anni. E tra queste due immagini c’è una quantità infinita di tentativi. Di errori. Di cambi di direzione. Di buche aperte. E di buche richiuse.

Ecco perché un bravo manager non dovrebbe misurare un imprenditore dal numero di tentativi falliti. Dovrebbe misurarlo dalla grande capacità di continuare a cercare nonostante i tentativi falliti.

Ecco, un bravo manager questo lo deve sapere. Ma soprattutto lo deve comprendere (prendere con sé).

Deve comprendere che dare fiducia non dipende dal numero di tentativi falliti. Dipende dalla convinzione che ogni tentativo ti sta portando più vicino alla direzione giusta.

Perché arriverà il giorno in cui si capirà che l’acqua dietro a quel muro di sabbia non c’era. E allora bisognerà ricoprire la buca. Spostarsi di qualche metro e ricominciare tutto da capo. E funziona esattamente così.

Perché la mappa che costruisce un imprenditore è una mappa che ancora non esiste. E se esisteva già, né lui né il manager avrebbero potuto trarne vantaggio.

Spesso invece vedo manager fare questo: vivere la decisione di “dover chiudere la buca” come un fallimento. Invece che come un passo in avanti.

“ma tu avevi detto che..” “ma tu avevi promesso che..” “ma dovevamo andare lì..” “dovevamo diventare questo..”

Imparate a diventare adulti.

Perché diventare adulti significa anche comprendere che creare qualcosa nello spazio e nel tempo è una delle cose più difficili che esistano.

E che le persone non dovrebbero essere condannate perché ci stanno provando. Dovrebbero essere incoraggiate.

Dovrebbero essere sostenute.

Perché se oggi hai uno smartphone in mano è grazie a persone che, quando sembravano fuori di testa, hanno continuato a scavare. Grazie a Steve Jobs. Grazie a Steve Wozniak. Grazie a Martin Cooper, che immaginò il primo telefono cellulare portatile quando sembrava fantascienza.

Grazie a tutti quelli che hanno continuato a credere in una visione quando nessun altro la vedeva.

Se oggi puoi salire in macchina e attraversare un continente è grazie a persone come Henry Ford, Karl Benz, Enzo Ferrari, Ferruccio Lamborghini e tanti altri imprenditori che hanno cambiato per sempre il modo di muoversi delle persone.

Se oggi puoi portare tuo figlio a vivere la magia di un parco divertimenti è grazie a Walt Disney, che quel parco lo vedeva nella sua testa molti anni prima che esistesse davvero.

Se oggi puoi ordinare quasi qualsiasi cosa dal divano di casa è grazie a Jeff Bezos. Se oggi puoi prenotare una stanza dall’altra parte del mondo in pochi secondi è grazie agli imprenditori che hanno creato Booking.com. Se oggi puoi chiamare un taxi con un’app è grazie a Travis Kalanick e Garrett Camp, fondatori di Uber. Se oggi puoi pagare un caffè con il telefono è perché qualcuno, anni prima, ha immaginato un futuro che ancora non esisteva.

Potrei andare avanti per ore. La verità è che il mondo in cui viviamo è il risultato di milioni di persone che hanno deciso di scavare quando tutti gli altri ridevano.

Nessuno di questi aveva una mappa.

Ma indovina un po’? Tutti loro avevano una cosa ancora più preziosa: la fiducia delle persone che hanno scelto di scavare insieme a loro.

La fiducia del manager: la domanda che dovresti farti

Da manager, oggi, mi farei una sola domanda.

Dov’è la mia fiducia?

C’è ancora?

La sto trasmettendo nel modo giusto alle persone che guido?

Perché se la risposta è no… se la risposta è “sì, però il mio capo aveva detto che…” allora sappi che, forse, non stai più facendo il tuo lavoro.

E sei lentamente diventato uno di quelli che guarda da fuori.

Che giudica. Che critica. Che spiega perché una cosa non funzionerà.

Invece di essere uno di quelli che continua a scavare.

Perché il pattern di crescita non è mai lineare. Mai.

Da manager devi avere una sola consapevolezza. L’unica cosa che un imprenditore può davvero consegnarti è una visione.

Il tuo compito non è sapere se quella visione si realizzerà esattamente come l’ha immaginata.

Il tuo compito è prestare le tue competenze per trasformarla in realtà.

Il tuo compito è continuare a scavare.

Il tuo compito è avere fiducia.

La fiducia del manager non è un dettaglio soft: gli studi sulla leadership la considerano uno dei fattori che più incidono sulle performance di un team. Perché nel momento in cui un manager perde fiducia, smette di credere nello scopo. E quando smette di credere nello scopo, smette inevitabilmente di dare tutto se stesso. Ed è lì che la macchina si inceppa.

L’imprenditore continua a indicare dove scavare. Ma il manager non scava più con la stessa convinzione. Ed è lì che le aziende iniziano a rallentare.

Non quando manca il talento.

Non quando mancano le competenze.

E spesso nemmeno a causa dell’imprenditore.

Ma quando viene meno quella fiducia reciproca che permette a tutti di continuare a scavare, anche quando l’acqua ancora non si vede.

Infografica con cubo di Rubik: gli imprenditori vivono nel futuro (visione), il manager vive nel presente (lavoro quotidiano) - serve pazienza, scelte e fiducia

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