
Non so quale sia il tuo. Ma so quale è stato il mio.
Il giorno in cui ho salutato mia madre per l’ultima volta attraverso un telefono mentre stavo erogando uno dei miei corsi in diretta, ho capito qual è il vero prezzo del successo, e che forse era troppo caro da pagare.
Il giorno in cui ho messo davanti alla deadline della vita la deadline del lavoro, credendo stupidamente di avere ancora tempo, ho capito che forse non era quello il modo giusto di vivere.
Da quel momento ho sentito il bisogno quasi fisico di ridimensionare tutto.
Di togliere.
Di alleggerire.
Di tornare a qualcosa di più vero.
Avevo una Porsche 718 nuova di zecca. Scelta da me. Colore, interni, accessori.
L’ho venduta.
Anzi, ne avevamo due. Le abbiamo vendute entrambe.
Non perché non potessimo permettercele.
Non perché i soldi fossero diventati improvvisamente il male.
Ma perché sentivo il bisogno di alleggerire la pressione del risultato. Del fatturato. Della performance. Del personaggio che negli anni mi ero costruita addosso.
Quello che ce la fa sempre.
Quello che trova sempre una soluzione.
Quello che riesce a realizzare l’impossibile anche quando le condizioni non sono favorevoli.
La mia storia è sempre stata questa. Una ragazza partita da un piccolo paese di provincia che costruisce un’azienda multimilionaria e va a vivere in Svizzera, uno dei Paesi più ricchi del mondo, insieme a suo marito.
Ed è una bella storia. È anche una storia vera. Ma ad un certo punto mi sono resa conto che stavo vivendo una versione del successo che assomigliava più alle aspettative degli altri che alle mie.
Perché quando guadagni soldi, la società sembra avere già pronto il copione.
La macchina. I vestiti. I ristoranti. Le vacanze. Lo status.
E tu, quasi senza accorgertene, inizi a recitare quella parte. Io l’ho fatto. Per anni. Da brava persona diligente quale sono. Fino a quando ho capito che quella vita non era necessariamente la mia.
Attenzione. Non sto dicendo che i soldi non contano. Non sto facendo la romantica che scopre che la vera ricchezza è nei tramonti.
I soldi contano. Eccome se contano. Ti danno libertà. Ti danno opzioni. Ti permettono di vivere meglio.
Quello che ho scoperto, però, è che una volta ottenuti hai comunque il dovere di chiederti una cosa: adesso che posso scegliere, cosa voglio davvero?
La mia risposta è arrivata sotto forma di ricordo. Ne avevo tanti bellissimi dell’infanzia. Ma quelli che continuavano a tornare erano sempre gli stessi.
Mia madre che ride.
Mia madre che cucina.
Mia madre che scherza.
Una piazzola. L’odore del caffè al mattino. Le biciclette. Le estati infinite. Il campeggio.
E soprattutto quella sensazione che da bambina non sapevo nemmeno nominare.
La libertà.
Così un giorno abbiamo comprato un Defender.
Abbiamo montato una tenda sul tetto.
E siamo partiti.
O meglio, abbiamo deciso che avremmo iniziato a partire molto più spesso. Ogni weekend possibile. Ogni occasione buona.
Per inseguire qualcosa che avevo perso lungo la strada.
La leggerezza.
La presenza.
Lo stare insieme.
Il tempo.
Quel tempo che da imprenditore passi la vita a vendere agli altri senza accorgerti che stai smettendo di comprarlo per te stesso.
Ed eccomi qui. A scrivere questo articolo da un campeggio. Con il sole alto nel cielo davanti ad un mare limpido, perfetto. Mio figlio che corre avanti e indietro. I cani che dormono. Il caffè che fuma. E il Defender parcheggiato accanto.
E sapete qual è la parte più strana? Che solo dopo aver fatto questo passo ho capito una cosa.
Tutto questo non mi rende meno imprenditrice.
Non mi rende meno ambiziosa.
Non mi rende meno capace di costruire aziende.
Non mi rende meno Direttrice Vendita.
Mi rende semplicemente più consapevole.
Il vero prezzo del successo
Per anni ho pensato che il successo fosse riuscire a costruire la vita che desideravo. E avevo la convinzione che quella vita fosse fatta di cose.
Oggi penso che il successo sia avere il coraggio di accorgerti quando quella vita non ti assomiglia più e cambiarla prima che sia troppo tardi. Non sono l’unica a pensarla così: una ricerca recente stima che circa un imprenditore su tre viva questo prezzo del successo in silenzio, a rischio burnout.
Perché il fatturato si può recuperare.
I clienti si possono recuperare.
Perfino gli errori si possono recuperare.
Il tempo no. E alcune persone nemmeno.





